16 dicembre 2012 
 
 
Sottostimata per diffusione e spesso sottovalutata dagli allevatori che tendono a ritenere che le lesioni che la caratterizzano siano da attribuire alla presenza di corpi estranei, se ubicate nell'area del tronco, e a problematiche  dentarie, se localizzate in prossimità della mascella o della mandibola, la linfadenite caseosa impera in molti allevamenti italiani e non. 
Si tratta di una patologia caratterizzata dalla formazione di ascessi di dimensioni variabili che vanno a localizzarsi per lo più nell’area parotidea e nella zona faringea, non disdegnando l'area pre-scapolare e della grassella. 
Il responsabile di queste lesioni è un batterio Gram positivo e più precisamente un coccobacillo capace di produrre un’esotossina simile alla fosfolipasi D e appartenente al genere Corynebacterium, comprendente cinque specie tra cui: C. pseudotubercolosis, C. ulcerans, C. striatum, C. diphteriae variante mitis, tutte da considerarsi agenti zoonosici.
La trasmissione tra soggetti diversi sembrerebbe avvenire per via cutanea attraverso la presenza  di microlesioni che rappresentano la via di ingresso ed è ancora controverso il ruolo svolto dalle mosche ritenute da alcuni dei veri e propri vettori (non si sa se attivi o passivi) del batterio. 
 
La manifestazione ascessuale percepibile ad occhio nudo molto spesso è solo la punta dell’iceberg. Il microrganismo responsabile della patologia è infatti in grado di migrare in altri distretti attraverso la via linfatica, di modo che non è raro individuare lesioni a carico di organi, quali polmone, linfonodi mediastinici, fegato, linfonodi mesenterici, diaframma, tessuto osseo e sistema nervoso centrale. 
Gli ascessi che caratterizzano il quadro clinico caratteristico della malattia sono delimitati da una capsula fibrosa che raccoglie materiale purulento di colore verde talvolta organizzato, nelle lesioni di vecchia data, a strati e mancano del tutto processi di calcificazione. Nell'ambito di allevamenti in cui si è registrata la presenza di linfadenite caseosa non mancano casi di animali che, privi di lesioni specifiche visibili, vanno incontro ad un dimagrimento progressivo che esita prima nella cachessia e poi nella morte dei soggetti. L’esame autoptico di questi ultimi spesso rivela la presenza di grossi ascessi, a carico dei visceri precedentemente menzionati, che talvolta vanno incontro a improvvisa rottura determinando una condizione settica incompatibile con la vita dell’animale. 
L’errore più grande che può commettere l’allevatore è quello di far sì che gli ascessi visibili si rompano spontaneamente. Questa situazione infatti determina una contaminazione dell’ambiente nel quale sostano le capre con un elevato rischio per gli operatori e per gli altri animali presenti in allevamento. Gli animali interessati dalle lesioni vanno immediatamente isolati dal gruppo e gli ascessi vanno incisi da un veterinario esperto che avrà cura di far ricadere il materiale a rischio in un apposito contenitore destinato ad essere smaltito con i rifiuti speciali. La cavità ascessuale va sottoposta a lavaggio con perossido di idrogeno e disinfettanti, associati all'applicazione di antibiotici direttamente in cavità asessuale; l’operazione di disinfezione va ripetuta almeno due volte al giorno per almeno cinque giorni. Vi è anche la possibilità di trattare le lesioni a cielo chiuso associandole alla somministrazione di penicillina procaina G o tulatromicina per via sistemica (Washburn KE e al., 2009). 
Più difficile risulta individuare invece i soggetti che presentano esclusivamente lesioni viscerali ed in questo almeno per le lesioni epatiche gioca un ruolo importante la diagnostica ecografia, che se condotta da veterinari esperti svela lesioni anche di piccole dimensioni. 
Il contenuto della lesione va sempre inviato al laboratorio per avere conferma del sospetto diagnostico e anche per escludere patologie come la tubercolosi, che non disdegnano le capre come target. Il batterio in questione cresce in quarantotto ore su agar sangue dando luogo a colonie asciutte circondate da un alone di emolisi. 
Un ruolo importante nel controllo della diffusione della malattia sembra sia attribuibile alle indagini sierologiche mediante ELISA o Western blot diretto a individuare gli anticorpi contro l’esotossina fosfolipasi D. Negli Stati Uniti sono stati diversi i tentativi di allestire un vaccino contro questa patologia, ma molti dei tentativi sono stati infruttuosi, mentre altri hanno dato risultati controversi o sono ancora in fase di sperimentazione, per cui la possibilità di ricorrere a un presidio vaccinale a tutela delle nostre capre sembra essere ancora molto lontana.
 
Di certo mi sento di consigliare a chi acquista nuovi soggetti di visitare la stalla dalla quale giungeranno i nuovi animali e di osservare con attenzione tutti i soggetti presenti in allevamento, al fine di individuare lesioni ascessuali o cicatrici a esse riconducibili, che a mio avviso sono sufficienti per la risoluzione di qualsiasi contratto si sia stipulato.
 
 
 
Al prossimo appuntamento
 
Dr. Edoardo Sanfelice di Monteforte
Medico Veterinario
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