5 marzo 2018

 

Mi piace molto far parte di numerosi gruppi social di allevatori, pastori, casari o semplici appassionati di questa o di quella razza. In queste sedi ci si confronta, si impara, ci si consiglia, si litiga e ci si arrabbia. Molto spesso si scrive per ricevere aiuto ed informazioni in caso di animali malati o con sintomi dei quali non si conosce la causa. Una aspetto che molto spesso mi fa arrabbiare è la mancanza di consapevolezza delle gravi conseguenze che può avere consigliare questa o quella terapia sulla base di foto sfuocate e descrizioni sommarie di sintomi più o meno improbabili, o seguire l’onda di “è capitato anche all’amico del figlio di mio cugino e il veterinario gli ha detto…”.

È da molti anni che la comunità scientifica si sta occupando di un problema che è ritenuto essere il rischio più grave per la salute in un futuro ormai non tanto lontano: l’ANTIBIOTICO-RESISTENZA. Da qualche anno se ne occupano anche le istituzioni nazionali e sovranazionali con campagne di sensibilizzazione, monitoraggi e leggi che vietano l’utilizzo ingiustificato degli antibiotici, eppure se ne abusa ancora troppo e non solo in zootecnia.

Da veterinario, da microbiologa e da mamma questo argomento mi sta molto a cuore e ritengo che, a qualunque titolo si sia responsabili di esseri viventi (siano essi capre o figli), ci si debba sforzare di capire perché questo fenomeno stia destando tanta preoccupazione e perché siamo tutti direttamente chiamati in causa. In una prima versione di questo scritto mi ero dilungata in prolisse descrizioni scientifiche del cosa, del perché e del come ma poi ho pensato che in molti si sarebbero annoiati prima di arrivare alla conclusione e che non avrei raggiunto il mio scopo. Quindi in breve:

 

Cosa sono gli antibiotici?

Sono composti in grado di impedire lo sviluppo dei batteri.

Come funzionano?

I diversi antibiotici inibiscono lo sviluppo dei batteri attraverso meccanismi di azione differenti: inibiscono la sintesi della parete cellulare, inibiscono la sintesi proteica, inibiscono il meccanismo di replicazione o trascrizione degli acidi nucleici (DNA, RNA) o alterano la membrana citoplasmatica.

Contro chi non funzionano gli antibiotici?

Gli antibiotici non possiedono attività nei confronti dei virus, per l'assenza dei bersagli specifici ai loro meccanismi d’azione. In pratica i virus non possiedono quelle strutture o mettono in atto quei processi su cui agiscono gli antibiotici. Ne consegue che è inutile usare un antibiotico se non si è sicuri del coinvolgimento di un batterio nel processo morboso.

Secondo una recente stima le specie batteriche presenti sulla terra si aggirano intorno ai mille miliardi; fortunatamente solo una piccola parte di questi sono patogeni, cioè in grado di causare malattie. A seconda della loro struttura chimica e del loro meccanismo di azione, gli antibiotici hanno un differente ventaglio di specie batteriche nei riguardi delle quali mostrano attività. Ne consegue che la scelta dell’antibiotico presuppone la conoscenza sia della molecola sia del batterio coinvolto e della sua eventuale resistenza naturale a quella molecola. La resistenza naturale o innata del batterio è immutabile nel tempo, geneticamente determinata e si manifesta in tutti i ceppi di una stessa specie. Questa resistenza naturale rappresenta di per sé già un valido motivo per cui ci si debba rivolgere al veterinario, figura in grado di fare una diagnosi accurata e di scegliere la molecola più indicata a rendere efficace il trattamento eventualmente aiutandosi con un test di sensibilità (antibiogramma).

Cos’è l’antibiotico-resistenza acquisita?

Un ceppo batterico è resistente ad un farmaco quando è in grado di moltiplicarsi in presenza di concentrazioni del farmaco che risultano inibitorie per la massima parte dei ceppi della stessa specie. Un antibiotico è efficace quando raggiunge il sito bersaglio, si lega ad esso e interferisce con le sue funzioni. I tre meccanismi principali, geneticamente controllati, della resistenza agli antibiotici sono il mancato raggiungimento del sito bersaglio, l’inattivazione del farmaco e l’alterazione del bersaglio. La presenza di un antibiotico mette in atto una pressione selettiva facendo morire i batteri sensibili e sopravvivere solo chi possiede un gene di resistenza. Chi sopravvive si riproduce e la sua progenie rapidamente può diventare dominante su tutta la popolazione batterica. I batteri si moltiplicano in modo esponenziale quindi i processi evolutivi sono molto rapidi. I batteri che possiedono geni di resistenza sul DNA possono trasferire una copia di questi geni ad altri batteri. I batteri non resistenti che ricevono il nuovo DNA diventano resistenti all’antibiotico. Il batterio che trasmette il gene di resistenza può non essere di per sé un agente patogeno. Quindi, un organismo non patogeno può sviluppare la resistenza e poi passarla a uno patogeno. Ogni volta che un batterio entra in contatto con un antibiotico potenzialmente può mutare. Se tale antibiotico è utilizzato con dosaggi che non raggiungono le concentrazioni inibenti, se le terapie vengono interrotte anticipatamente o addirittura se usato a scopo preventivo o come promotore di crescita (vietato in Europa dal 2006 ma ampiamente diffusa in extra EU), se l’antibiotico viene assunto come residuo nel latte o nella carne il rischio di generare mutazioni aumenta.

I numeri dell’antibiotico-resistenza

L’antibiotico-resistenza in Europa oggi è all'origine di 25.000 decessi all'anno, con spese sanitarie e perdite di produttività per 1,5 miliardi di euro. Entro il 2050 la resistenza antimicrobica potrebbe uccidere una persona ogni tre secondi e diventare una causa di morte più comune del cancro. [Dati pubblicati nei rapporti dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e del Centro Europeo per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie (ECDC)].

Conclusione

L’antibiotico è un farmaco importante che ci permette di sopravvivere ad infezioni che oggi consideriamo banali, che ci permette di effettuare i trapianti, che ha salvato milioni di vite. Va preservato. Non sono tra quelli che attribuiscono alla zootecnia la maggiore responsabilità dell’antibiotico-resistenza, perché anche gli ospedali, i medici, i pediatri devono riflettere. È importante tuttavia che ognuno di noi operi scelte consapevoli, perché usare gli antibiotici a sproposito non è solo inutile, ma estremamente dannoso per tutti. Quindi attenzione a suggerire l’utilizzo dell’antibiotico per la sindrome del capretto molle, per risolvere il problema degli ascessi, del ginocchio gonfio, per “risolvere prima la questione”, “togliersi il pensiero” o “tagliare la testa al toro”.

 

                                                                       Dott.ssa Valentina Benedetti, Medico Veterinario

 

 

 

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