L’allevamento delle capre in Italia ha sempre mostrato una forte discontinuità in termini numerici e di apprezzamento da parte di allevatori e consumatori.

In epoca romana la capra era tenuta in grande considerazione e i suoi prodotti (carne, latte e pelle) molto apprezzati, più che quelli vaccini e ovini. In questo periodo, l’attento sistema di allevamento caprino porta a modificazioni nella morfologia della capra, che assume una taglia maggiore. Già però nel periodo romano si assiste ad uno spostamento dell’attenzione dalla capra alla pecora, per il ruolo assunto dalla lana nel sistema economico e produttivo.

Con la caduta dell’Impero romano (476 d.C.), si assiste ad una forte diminuzione dell’allevamento caprino e le capre vengono in genere allevate in greggi di pecore. Con le invasioni barbariche questa situazione peggiora ancor di più, a causa dell’insicurezza negli spostamenti che non consente di praticare la transumanza, il sistema di allevamento allora più diffuso.

Nel basso Medioevo (1000-1492 d.C.) e negli anni successivi, si assiste ad una messa a coltura delle campagne, con aumento dei seminativi, dei pascoli erbacei e delle bonifiche. In questo periodo, la produzione della lana riacquista la sua importanza e la transumanza viene regolamentata e tutelata, con aumento delle terre dedicate al pascolo, a scapito dell’agricoltura. La capra non viene più considerata di utilità sociale e si assiste ad una graduale riduzione dello spazio disponibile per il suo allevamento. Se da una parte si spinge la capra nel bosco per destinare i pascoli alle pecore, dall’altra si attuano leggi contro la capra rea di distruggere i boschi.

Nei primi anni del XIX secolo è iniziata quella che viene poi definita “guerra alle capre” e che tornerà con vigore anche durante il ventennio fascista. L’inizio dell’ottocento vede forti cambiamenti a livello sociale ed economico, a vantaggio dello sviluppo della proprietà privata e della nascente industria. L’allevamento caprino subisce in questo periodo una forte contrazione numerica, per favorire l’allevamento più redditizio di bovini e ovini. La capra viene inoltre ancora una volta accusata di rovinare siepi, campi, giardini e orti, di facilitare le frane, di distruggere i boschi, di trasmettere all’uomo malattie.

Dopo un periodo di espansione dell’allevamento caprino, la guerra alle capre torna durante il ventennio fascista, con l’emissione di due provvedimenti: il primo prevedeva l’esclusione del pascolo da tutte le aree boschive, anche di proprietà dell’allevatore, il secondo ha introdotto la “tassa sulle capre”, una tassa onerosa per ogni capo posseduto. Queste misure avevano lo scopo di limitare fenomeni di degrado ambientale, quali erosione, disboscamento e riduzione delle risorse idrauliche, nell’area mediterranea, ma vennero applicati anche nelle zone alpine, dove l’allevamento caprino era molto più limitato.

Durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, l’allevamento caprino ha visto una leggera ripresa, ma all’inizio degli anni ’70 (boom economico ed esodo rurale) si è avuto un nuovo forte crollo di questo tipo di allevamento.

Dagli anni ’70 circa si assiste ad una graduale e costante ripresa e aumento del numero di allevamenti e di capre allevate. Questo è dovuto alla riscoperta delle potenzialità di questo tipo di allevamento, che può essere condotto sia in modo estensivo in aree montane o caratterizzate da pascoli poveri sia in modo intensivo con razze altamente selezionate.

 

Tratto da L’allevamento caprino, a cura di Roberto Rubino, ed. ASSONAPA, 1996.

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